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TKT or CELTA: Cosa scegliere?

Oggi proveremo a rispondere a una delle vostre domande più frequenti: in cosa differiscono i corsi CELTA e TKT e quale è il più adatto alle varie esigenze?
Iniziamo col dire che sono entrambe due certificazioni rilasciate da Cambridge Assessment English e riconosciute a livello internazionale. Tuttavia differiscono largamente per target, struttura e spendibilità. Vediamo insieme come.


Il CELTA (Certificate in Teaching English to Speakers of Other Languages) è una certificazione completa in grado di offrire le competenze tecniche e pratiche necessarie per l’insegnamento dell’inglese come seconda lingua. E’ attualmente una delle certificazioni più richieste su scala internazionale nel mondo dell’ELT (English Language Teaching). E’ conseguibile frequentando un corso intensivo della durata di un mese o estensivo, più diluito nel tempo, durante il quale il candidato potrà apprendere le tecniche basilari di insegnamento, osservare insegnanti con più esperienza e venire osservato in delle teaching practices. Il corso non prevede un esame, ma i candidati vengono seguiti per tutta la sua durata e valutati in itinere.
E’ consigliabile a coloro i quali si vorrebbero affacciare al mondo dell’ELT per la rpima volta o a insegnanti con esperienza che desiderino dare una spinta al loro sviluppo professionale. E’ sicuramente un titolo largamente spendibile e oseremmo dire, a giorno d’oggi, praticamente indispensabile.


Il TKT (Teacher Knowledge Test) è invece un esame vero e proprio pensato per insegnanti che abbiano già esperienza e che intendano metterla alla prova ottenendo una certificazione didattica riconosciuta a livello mondiale. Contrariamente al CELTA, il TKT non prevede ore di osservazione ed è strutturato in tre test modulari a risposta multipla, che possono essere eseguiti singolarmente. Il candidato potrà liberamente scegliere i tempi di partecipazione e seguire i moduli di suo interesse: riceverà una certificazione Cambridge per ogni esame conseguito. 
E’ consigliabile a insegnanti che abbiano già una certa esperienza e desiderino ottenere un riconoscimento formale delle loro competenze nella metodologia dell’insegnamento dell’inglese, e allo stesso tempo desiderano mantenersi aggiornati in quest’ambito. E’ inoltre un’occasione importante anche (ma non solo!) per coloro che abbiano già conseguito la certificazione CELTA ma che vogliano ampliare le loro conoscenze in materia di insegnamento in aree specialistiche. 


Vi ricordiamo infine che il TKT non va confuso con il TKT- Young Learners e il TKT-CLIL, che invece si riferiscono ad aree didattiche molto meno generiche ed estremamente specifiche, delle quali vi parleremo prossimamente.
Speriamo di aver chiarito i vostri dubbi e di avervi presto a bordo in uno dei nostri corsi!

Un problema di inglesismi

Ogni giorno, dalle nostre conversazioni quotidiane, alle trasmissioni televisive, agli articoli di giornale e ai manifesti che leggiamo per strada, l’inglese o termini derivati da esso, sembrano essere ovunque,

Per contro, sempre più di frequente, si sentono richieste di utilizzare più termini italiani e smetterla con gli “inglesismi”.

Ma come siamo arrivati a questa diffusione capillare della lingua, tanto che ormai, spesso senza rendercene conto, lo usiamo tutti noi?

Avete anche voi cliccato ad un link sui social per arrivare a questo blog post, vero?

Un po’ di storia

Dovete sapere che, questa, non è stata tuttavia una prerogativa solo e soltanto dell’inglese.

Difatti, quella che, intorno ai primi anni 60, si fa chiamare “seconda europeizzazione della lingua italiana”, vede appunto l’introdursi dell’inglese soprattutto nella stampa di allora, con l’intento di dare lustro e prestigio al linguaggio scritto e parlato.

Nel fare questo, la lingua britannica è andata a sostituirne un’altra, che aveva prima di lei la stessa e medesima funzione: il francese, la lingua della “prima europeizzazione” avvenuta nel Settecento.

Questa era allora una lingua molto di moda soprattutto tra i nobili e le classi sociali alte, e il suo utilizzo era in un certo senso un marchio di prestigio.

Tuttavia, nemmeno al francese si può dare il primato, che spetta ai termini greci e latini del lontano 500.

Si può quindi dire che, l’italiano abbia sempre un po’ avuto il fascino dei “forestierismi” per così dire.

Questioni di politica ed economia

Non va poi tralasciato che, l’inglese sia in Unione Europea una lingua Franca, nonché lingua principale degli Stati Uniti, principali alleati economici e politici dell’Europa, e tra le principali potenze dell’economia mondiale.

Ok, ma cosa centra? Facciamo un esempio.

Quando esperti statunitensi scrivono trattati economici o tecnologici (principalmente), questi verranno scritti in inglese e, forti del fatto che, l’inglese viene parlato anche in Europa come lingua franca, in questa lingua resteranno e verranno diffusi attraverso i mezzi di comunicazione di massa.

Si avvia così ad una quasi sovranità dell’inglese in determinati settori.

Questioni di comodità

L’inglese ha poi diversi pregi e vantaggi di “sbrigatività” e “praticità”

Come lingua riesce infatti a veicolare messaggi chiari e coincisi senza troppi giri di parole ed in modo più immediato rispetto ad altre lingue, spesso, dando al termine sfumature di significato che l’equivalente italiano non riuscirebbe a mantenere.

Si pensi, per esempio, a manager vs capoprogetto: sebbene i due termini siano sinonimi essi non hanno la stessa “aura professionale”.

Discorso simile, per restare nel settore Economico, marketing vs commercializzazione: di nuovo, sebbene interscambiabili il secondo semplicemente non si usa nel linguaggio tecnico del settore.

Usando un termine ancora più diffuso e se vogliamo recente, Social Media: semplicemente un loro sinonimo in italiano non è stato nemmeno concepito.

Quindi…

Va poi detto che le culture si sono sempre influenzate a vicenda e le lingue hanno sempre subito evoluzioni a causa di questi contatti.

Il perché sia toccato proprio all’inglese in questo periodo storico è principalmente dovuto, come abbiamo visto, alla sua enorme diffusione rispetto alle altre lingue, oltre che alla sua praticità.

Dopotutto il fenomeno della globalizzazione richiede la presenza di una lingua comune, e lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione permette uno scambio di informazioni in tempo reale che, data l’assenza sempre maggiore di barriere linguistiche, avviene sempre più spesso senza la necessità di un passaggio da una lingua all’altra.

In questo modo babysitter, download, website, restano e vengono utilizzati in inglese, senza la ricerca di un loro corrispettivo in italiano.

Problema di accento

L’accento, in generale quando si impara una lingua ma soprattutto per quanto riguarda l’inglese, è spesso la prima cosa di cui ci si preoccupa: desiderosi fin da subito di suonare come Sean Connery o la Regina Elisabetta.

Ma è giusto curarsi così tanto del proprio accento?

Il vero accento e il “mito del Native Speaker”

Quando ci si approccia alla lingua inglese, si usa come standard il così detto RP English (Received Pronunciation, lett. pronuncia ricevuta) che fa riferimento all’inglese “pulito” della Regina Elisabetta, della BBC, e della trascrizione fonetica dei dizionari. Insomma, quello “scolastico“, su cui si concentra l’insegnamento soprattutto nei paesi esteri.

L’RP tuttavia, pur essendo l’inglese per quasi antonomasia, rispecchia pochissimo la reale condizione della lingua, rimanendo effettivamente parlato da circa il 3-5% della popolazione.

Questo perché, la realtà dei fatti, vede un miscuglio di slang generazionali, accenti e dialetti locali (scozzese, gallese, irlandese, londinese, solo per citarne alcuni nell’arcipelago britannico), nonché varianti internazionali come l’americano e l’australiano. Le differenze tra queste varianti non sono molte, ma abbastanza perché essere siano da considerarsi significative.

Una cosa, fondamentale, viene però mantenuta in questa moltitudine: l’intelligibilità.

Questa è infatti la principale caratteristica che un English Speaker, sia esso nativo o meno, dovrebbe mantenere e rispettare, tutto il resto è pura preferenza personale verso un accento piuttosto che l’altro, oltre che un richiamo verso una spinta di affermazione identitaria (così alcuni linguisti definiscono la componente locale degli accenti).

Non solo, secondo il celebre linguista David Crystal, che abbiamo avuto il piacere di ospitare ad AISLi per una conferenza, concentrarsi unicamente sul mito del Native Speaker, per usare le sue parole, lascia gli studenti dentro una “bolla” o “campana di vetro” che non solo non rispecchia la realtà, ma non li prepara nemmeno adeguatamente ad affrontare la quotidianità della lingua, neppure nei paesi anglofoni.

Se volete sentire un estratto di un suo intervento che approfondisca la questione, vi rimandiamo a qui sotto:

L’aspetto negativo di questa attenzione

Questa mentalità, tuttavia, porta con sé anche dei rischi, soprattutto a livello inconscio.

Si sente spesso parlare, purtroppo, di episodi di discriminazione verso i non madrelingua, considerati in un certo senso come English speaker di serie B, inferiori in tutto e per tutto ad un madrelingua.

Ma è davvero così? E che tipo di discriminazione subirebbero i non madrelingua?

Ci sono diversi livelli di questa questione.

Una di queste è l’ambito che riguarda più da vicino la nostra scuola, quello cioè dell’insegnamento.
Insegnanti di inglese non madrelingua incontrano maggiori difficoltà di impiego, spesso a favore della controparte, in quanto considerata “più competente”.

Ma, nella realtà dei fatti, spesso non è così; anzi, può avverarsi il contrario.

Questo perché mentre un insegnante straniero spesso e volentieri dedica gran parte della sua professionalità all’insegnamento della lingua, seguendo percorsi di studi specifici e aggiornandosi continuamente; lo stesso, a volte, non si può dire di alcuni madrelingua che insegnano l’inglese come lavoro temporaneo, senza magari avere esperienze in aula alle spalle e forti soltanto della loro naturale fluidità con la lingua.

A tutto questo si aggiunge che, nella realtà dei fatti non si sono ancora riscontrati effettivi divari nell’apprendimento degli studenti dall’avere un insegnante appartenente all’una o l’altra categoria.

Tutto questo può poi sfociare in alcuni casi estremi, e cioè in una effettiva discriminazione, anche al di fuori del mondo dell’insegnamento.

Ci sono stati episodi dove dipendenti di origini principalmente asiatiche o africane hanno visto screditata la loro professionalità per il semplice motivo di avere un accento più forte di altre tipologie di inglese non nativo.

Se volete leggere di più a riguardo, vi rimando a questo articolo della BBC, e a quest’altro edito International House.

Cosa si può fare

Come suggerito dal sopracitato articolo della BBC, una possibile soluzione, soprattutto in ambito lavorativo, potrebbe essere una maggiore attenzione ad un linguaggio chiaro e funzionale, dove anche un dipendente che non possieda un vocabolario particolarmente forbito ma che comunque comunichi in maniera fluente e comprensibile, non venga visto come “inferiore”.

La soluzione chiave, tuttavia, crediamo consista come sempre nell’educazione e nel far passare il messaggio che non sia un accento ad inficiare il valore o l’abilità di quella persona nella lingua.

Citando liberamente le parole di David Crystal, al contrario, l’accento arricchisce una lingua, dandole più sfumature e portando con sé la cultura della persona che la usa.

Dopotutto, il fine ultimo di una lingua è l’unione delle persone in tutte le loro diversità, non l’omologazione o peggio il contrasto.

E voi, cosa ne pensate?

Fatecelo sapere nei commenti.

È già Natale! Ecco come potete accoglierlo

Le luci decorano le vetrine dei negozi e gli angoli delle strade, accompagnate da ghirlande e stelle ritagliate; il profumo di dolci e di festa è nell’aria, e i negozi iniziano ad essere presi d’assalto per i regali: è quasi Natale!

Natale a L’albero

Come tutti gli anni, L’albero di Antonia ha piacere di festeggiare questa magica festa con i suoi carissimi studenti. Per questo, abbiamo pianificato 3 laboratori extra a tema Natale che si terranno Online su Zoom:

  • Giovedì 9 Dicembre alle 17:30, la maestra Cindy aspetta i ragazzini e le ragazzine dai 5 ai 7 anni (accompagnati da un genitore) per una deliziosa prova di cucina natalizia in francese! Siete tutti invitati a Noël en cuisine:
  • Mercoledì 15 dicembre alle ore 17, i ragazzi e le ragazze dai 7 ai 10 anni verranno invece catapultati in una storia investigativa piena di mistero, per catturare il colpevole di un crimine orribile…il furto del Natale! Aiutate Alex e Doreen a risolvere l’enigma in questo evento ricco di storie e giochi. Who stole Christmas?
  • Giovedì 16 dicembre alle 18, sarà invece il turno di genitori e adulti di divertirsi. Per loro abbiamo pensato ad un divertente Quiz…multilingua! Una serata dove potranno sfidarsi a colpi di domande in tutte le lingue de L’albero di Antonia: Inglese, francese, tedesco, spagnolo e persino giapponese.

4 idee per passare del tempo tutti insieme

Le giornate sono sempre più corte e fredde nonostante l’aria accogliente e di festa, e passare delle belle serate al calduccio, con i propri cari, magari a sorseggiare qualcosa di caldo sotto le coperte, diventa quanto mai allettante!

Vi proponiamo quindi 4 attività che potete fare per occupare il tempo:

  1. Guardare un film natalizio tutti insieme (chiaramente in lingua originale se riuscite!): si trovano molti film che raccontano storie sul Natale molto toccanti e avvincenti, e che possono mettere d’accordo grandi e piccini. I film in sé potete trovarli o presso la nostra scuola, e chiederli in prestito, o su piattaforme ormai diffuse quali Netflix e Disney+.

    • Nightmare Before Chritmas, questo film d’animazione targato Disney, ad opera di Tim Burton è il film d’eccellenza di questo periodo, trattando sia Natale che Halloween con uguale importanza.
      Si parla infatti della storia di Jack, Re del mondo di Halloween, che stufo della solita storia decide di provare il Natale e…beh, venite a prenderlo in prestito e scopritelo!
    • Edward Mani di Forbice. Altro film targato Tim Burton, parla di un’altra delle sue bizzarre e strane creature: Edward, un ragazzo che, appunto, ha delle forbici al posto delle mani. Durante il film, egli verrà accolto da una famiglia e scoprirà, tra le altre cose, la gioia del Natale.
    • Klaus, questo film d’animazione edito Netflix parla della nascita di Babbo Natale. Secondo gli autori, tutto ebbe inizio quando un postino viene mandato in un lontano villaggio in mezzo alle nevi.
  2. Preparare tutti insieme un piatto natalizio da gustare poi in compagnia. In piena tradizione italiana, la cucina e la tavola sono un importante momento di condivisione; e preparare insieme quello che verrà consumato non farà che migliorare l’esperienza e creare dei bei ricordi!
  3. Leggere una bella storia sul Natale. Questa è una festa molto allegra e sempre piena di messaggi di speranza e uguaglianza, ed in questo periodo si ha molto bisogno di entrambi. Libri e racconti sul natale sono presenti in tutte le lingue e per tutte le età, e molti di questi potete prenderli in prestito presso la nostra scuola.
  4. Compiere una buona azione. Si sente spesso dire “a Natale siamo tutti più buoni”, e in quest’ottica volgiamo farvi conoscere l’associazione Piccolo Grande Guerriero.
    Questa organizzazione non-profit fondata da Alessandro e Katia, vuole raccogliere fondi per portare la ricerca della PMLD, una malattia neurodegenerativa rarissima e, purtroppo, ancora incurabile. Questa malattia ha infatti colpito il loro piccolo grande guerriero, Simone; da quel momento hanno deciso di voler aiutare gli altri bambini come lui e le famiglie a superare questa situazione.

    Per Natale, noi e Tandem, ci siamo uniti a loro nell’organizzare una vendita di beneficenza di libri in inglese Usborne, il ricavato verrà donato alla ricerca per la PMLD.

    Se siete interessati vi invitiamo a scaricare il PDF con maggiori informazioni.

Buon Natale a tutti!

NO alla violenza, SÌ all’eguaglianza

Giovedì, 25 novembre 2021.

Una data, una ricorrenza che pone l’accento su una battaglia che viene combattuta da tantissimo tempo; una lotta per porre fine alla violenza verso le donne, e, se vogliamo, verso chiunque non si conformi agli stereotipi di genere.

Come scuola questo argomento ci tocca molto da vicino, non solo perché il nostro staff è composto quasi interamente da professioniste ed imprenditrici, ma perché riteniamo che uno degli ingredienti per affrontare e forse vincere questa sfida, sia partire dall’educazione in tenera età.

Un’educazione questa, che dovrebbe partire in uno degli spazi più vitali ed importanti per lo sviluppo di ogni bambino: la scuola.

Gli stereotipi di genere

Se sei un maschietto devi giocare con le macchinine, devi essere forte, valoroso ed azzurro come il principe delle fiabe; da grande, magari uno scienziato o comunque un uomo in carriera.
Se sei femminuccia (termine che da sé, ha una accezione diminutiva)? Beh, devi essere una dolce principessina, e da grande una madre amorevole, alla peggio, una strega!

Questi i principali stereotipi che vengono diffusi nei libri, nei cartoni animati ed in molti dei media destinati ai più piccoli ma anche ai più grandi.

Di per sé, sono assolutamente innocui e parte di storie frutto della meravigliosa immaginazione di autori e artisti quali Hans Christian Andersen o i fratelli Grimm, per citarne di celebri. Bisogna tuttavia stare attenti che questa non diventi l’unica narrativa, l’unica visione e divisione di uomini e donne.

Il progetto POLITE

Siamo all’inizio degli anni 2000, e sulla scia della Piattaforma di Pechino l’Italia prende parte al progetto europeo POLITE (Pari Opportunità nei LIbri di TEsto). Come suggerisce l’acronimo, il progetto si pone l’obiettivo di diffondere una cultura di genere più equa e forte, che oltrepassi, in un ceto senso, la retorica del genere debole da proteggere.

Proprio sulla scuola il progetto ha concentrato molte delle sue forze: quel luogo dove i fanciulli e le fanciulle si preparano a diventare gli adulti di domani.

Polite ha per questo elaborato un “Codice di autoregolamentazione degli editori”, adottato da AIE (Associazione Italiana Editori), affinché i libri di testo vengano ripensati in ottica di una rappresentazione di uomini e donne più equilibrata e con meno stereotipi.

Il progetto ha suscitato diverso successo, interessando diversi partner nazionali ed esteri quali:

  • la Presidenza del Consiglio dei Ministri
  • Dipartimento per le Pari Opportunità
  • AIE (Associazione Italiana Editori) menzionata sopra
  • Portogallo (Commissao para igualdade e para os diritos das mulheres)
  • Spagna (Federation de Gremios de Editores).

Nonostante questa condivisione, tuttavia, i punti e gli obiettivi che POLITE si era prefissato sono rimasti perlopiù disattesi, ed il progetto è rimasto grossomodo una dichiarazione di intenti.

La battaglia continua

Siamo nel 2017, e la casa editrice Fabbri–Erickson ha deciso di avviare il progetto “Obiettivo Parità!“, prendendo in un certo senso da dove POLITE aveva lasciato, e continuando la lotta per dei libri di testo più inclusivi.

Vi invitiamo a visitare la loro pagina, per scoprire questa bellissima iniziativa!

E voi? Cosa ne pensate di questa tematica?

Scrivetecelo nei commenti!

La giornata nazionale dell’albero

Domani, 21 novembre è la giornata nazionale dell’albero, indetta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare allo scopo di tutelare e valorizzare i nostri principali alleati nella lotta al cambiamento climatico e all’inquinamento: gli alberi.

I nostri verdi e frondosi amici sono molto cari alla nostra scuola (dopotutto ci chiamiamo L’albero di Antonia!), e vorremmo celebrare con tutti voi questa ricorrenza.

Ma siamo pur sempre una scuola di lingue, quindi, in questo articolo vi raccontiamo qualche simpatico aneddoto sulla storia, la cultura, o le tradizioni dei paesi dove si parlano le lingue che insegniamo nei nostri corsi; il tutto con i nostri legnosi amici come protagonisti indiscussi!

L’albero di Natale

Iniziamo il nostro viaggio dalle fredde foreste della Germania del 16° secolo. In una notte d’inverno, Martin Lutero, il noto predicatore e riformista protestante, passeggiava assorto nei suoi pensieri intento a comporre un sermone. La leggenda vuole che, affascinato dalle stelle in cielo che sembravano tante luci tra i rami di un abete, provò a donare la stessa emozione alla sua famiglia, una volta tornato a casa, e decorò con delle candele accese i rami di un albero.

Da quel giorno, la tradizione dell’albero di Natale venne mantenuta, ed era usanza fare delle piramidi di ceppi di legna decorate con candele e sempreverdi.

Si sta avvicinando il periodo natalizio, se volete, provate ad addobbare questa variante dell’albero!

Se volete saperne di più.

L’alfabeto degli alberi

Cambiamo paese e periodo storico, e voliamo tra le verdi colline d’Irlanda e del Galles. Siamo intorno ai primi secoli dopo Cristo, e in quelle terre non si era ancora visto l’avvento del Cristianesimo, bensì, regnava ancora la cultura pre-cristiana delle popolazioni Celtiche.

Dovete sapere che allora non era diffusa la scrittura per come la conosciamo ora, ed in quelle terre si parlava un’altra lingua rispetto all’inglese di oggi: il gaelico.

Vi starete chiedendo cosa centri tutto questo con i protagonisti verdi della giornata: ebbene, l’alfabeto degli antichi celti era proprio ispirato alla flora e agli alberi!

Infatti, ogni lettera di quest’alfabeto chiamato Ogham, era chiamata come l’iniziale dell’albero da cui traeva ispirazione.

Per darvi un rapido assaggio:

  • A di Ailm, che era il nome antico del pino;
  • B di Beith, che era il nome antico della betulla.

Questo alfabeto era solitamente inciso su pietre o pezzi di legno, e le frasi composte assomigliavano a loro volta a degli alberi stilizzati.

Se volete provare a vedere come sarebbe stato il vostro nome scritto in Ogham, sbirciate il link sotto.

L’albero della libertà

Siamo ora in Spagna, vicino a Guernica la capitale dei Paesi Baschi, che molti di voi conosceranno per il celebre dipinto di Pablo Picasso, e per la sua tragica storia durante la Seconda Guerra Mondiale.

In questa città, si erge un albero di quercia molto famoso: il Gernikako Arbola (letteralmente L’albero di Guernica), sin dai tempi antichi simbolo della città ed in generale dei popoli baschi.

Storicamente, infatti, sotto le fronde di quell’albero venivano tenute alcune delle cerimonie più solenni di allora, come il giuramento dei sovrani di Spagna nel garantire la libertà e l’indipendenza dei popoli biscaglini.

Tutt’oggi, il Presidente del Governo Basco riceve ai piedi della quercia l’investitura ufficiale del suo incarico. Germogli della pianta, vengono inoltre spesso donati come simbolo di amicizia e fratellanza dalle autorità del paese.

Questo albero è talmente ricco di valore simbolico per quel popolo, da avere non solo un inno a lui dedicato, ma una vera e propria dinastia comprendente albero genealogico e stemma araldico!

La quercia della fede

Sempre di querce parliamo, ma questa volta, nelle terre di Francia, in Normandia.

Nella piccola cittadina di Allouville-Bellefosse sorge infatti un antichissimo albero, probabilmente il più vecchio di Francia, con più di 500 anni.

Cos’ha di particolare vi starete chiedendo, ebbene: questa quercia è stata trasformata in un luogo di culto dall’iniziativa del parroco del villaggio e dell’Abate locale nel 1600.

Il tronco dell’albero, dopo essere stato colpito e reso cavo da un fulmine, ora contiene la cappella di Notre-Dame-de-la-Paix (Nostra Signora di Pace), luogo di culto e pellegrinaggio per i devoti della Vergine Maria.

Una seconda cappella, Chambre de l’Ermite (Camera dell’Eremita), è stata costruita più in alto sul tronco dell’albero, come in una alta torre di un castello, raggiungibile tramite impalcature e scale.

Per quanto surreale possa sembrare questa vicenda, le due cappelle sono ancora in funzione, seppur di rado, in quanto l’albero inizia purtroppo a dare segni di cedimento. Tuttavia, due volte all’anno la Santa Messa continua ad essere celebrata all’interno della corteccia di questa vecchia quercia.

E voi? Conoscete altre curiosità e aneddoti sugli alberi?

Raccontateceli nei commenti!

L’importanza dei diritti dei bambini

La storia di 32 anni di diritti

La prossima settimana sarà il 20 novembre 2021, ed in tutto il mondo si celebra la Giornata Mondiale dei Bambini (World Children’s Day), una festività di origini britanniche con lo scopo di incoraggiare la comprensione reciproca e il benessere dei bambini di tutto il mondo.

Dal 1959 in poi questa giornata è stata fatta coincidere con l’approvazione, da parte delle Nazioni Unite, della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che quest’anno compie 32 anni.

Questa, ratificata ormai da 196 stati in tutto il mondo (forse la convenzione più unanimemente accettata ad oggi), è stato il frutto di un percorso molto lungo e travagliato per il riconoscimento di sempre più diritti e tutele per i più giovani.
Un percorso iniziato nel lontano 1919, con la fondazione Organizzazione internazionale del lavoro e con la conseguente convenzione sull’età minima per il lavoro.

Il nostro paese l’ha ratificata nel maggio del 1991, festeggiando quindi il trentesimo anniversario dalla sua adozione.

L’importanza di questa giornata

Vi starete forse chiedendo come mai un articolo su questa giornata sia uscito con una settimana di anticipo.

Come potete immaginare bambini e adolescenti ricoprono un’importanza particolare per la nostra scuola, vista la nostra attenzione particolare alla loro istruzione e crescita.

Per questo volevamo dedicare alcune delle lezioni della prossima settimana a questa giornata, organizzando delle attività e riflessioni a tema.

I 4 articoli che ci stanno più a cuore

Di tutta la convenzione, che se volete potete trovare subito sotto, sono principalmente 4 gli articoli, nonché capisaldi, che condividiamo e cerchiamo di applicare in ogni momento delle nostre giornate:

  1. Principio di non discriminazione (art. 2): impegna gli Stati che aderiscono alla Convenzione ad assicurare i diritti sanciti a tutti i minori, senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, opinione del bambino e dei genitori.
    
  2. Superiore interesse del bambino (art. 3): prevede che in ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l’interesse del bambino sia considerato preminente.
    
  3. Diritto alla vita, sopravvivenza e sviluppo (art. 6): impegna gli Stati membri a riconoscere il diritto alla vita del bambino e ad assicurarne la sopravvivenza e lo sviluppo, con tutte le misure possibili.
    
  4. Ascolto delle opinioni del bambino (art. 12): prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i procedimenti che li riguardano, soprattutto in ambito legale. La Convenzione pone in relazione l’ascolto delle opinioni del bambino al livello di maturità e alla capacità di comprensione raggiunta in base all’età.

Celebra anche tu

Lo scorso anno L’UNICEF ha indetto una sfida o challenge, per usare il sinonimo social, per coinvolgere giovani artisti in onore della Giornata Mondiale dei Bambini, sfidandoli ad immaginarsi il futuro che vorrebbero per i più piccoli, in un mondo post-pandemia.

Provate anche voi, e se volete postatelo sui social con l’hashtag #voicesofyouth, e sempre se volete, taggateci!

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