Problema di accento

L’accento, in generale quando si impara una lingua ma soprattutto per quanto riguarda l’inglese, è spesso la prima cosa di cui ci si preoccupa: desiderosi fin da subito di suonare come Sean Connery o la Regina Elisabetta.

Ma è giusto curarsi così tanto del proprio accento?

Il vero accento e il “mito del Native Speaker”

Quando ci si approccia alla lingua inglese, si usa come standard il così detto RP English (Received Pronunciation, lett. pronuncia ricevuta) che fa riferimento all’inglese “pulito” della Regina Elisabetta, della BBC, e della trascrizione fonetica dei dizionari. Insomma, quello “scolastico“, su cui si concentra l’insegnamento soprattutto nei paesi esteri.

L’RP tuttavia, pur essendo l’inglese per quasi antonomasia, rispecchia pochissimo la reale condizione della lingua, rimanendo effettivamente parlato da circa il 3-5% della popolazione.

Questo perché, la realtà dei fatti, vede un miscuglio di slang generazionali, accenti e dialetti locali (scozzese, gallese, irlandese, londinese, solo per citarne alcuni nell’arcipelago britannico), nonché varianti internazionali come l’americano e l’australiano. Le differenze tra queste varianti non sono molte, ma abbastanza perché essere siano da considerarsi significative.

Una cosa, fondamentale, viene però mantenuta in questa moltitudine: l’intelligibilità.

Questa è infatti la principale caratteristica che un English Speaker, sia esso nativo o meno, dovrebbe mantenere e rispettare, tutto il resto è pura preferenza personale verso un accento piuttosto che l’altro, oltre che un richiamo verso una spinta di affermazione identitaria (così alcuni linguisti definiscono la componente locale degli accenti).

Non solo, secondo il celebre linguista David Crystal, che abbiamo avuto il piacere di ospitare ad AISLi per una conferenza, concentrarsi unicamente sul mito del Native Speaker, per usare le sue parole, lascia gli studenti dentro una “bolla” o “campana di vetro” che non solo non rispecchia la realtà, ma non li prepara nemmeno adeguatamente ad affrontare la quotidianità della lingua, neppure nei paesi anglofoni.

Se volete sentire un estratto di un suo intervento che approfondisca la questione, vi rimandiamo a qui sotto:

L’aspetto negativo di questa attenzione

Questa mentalità, tuttavia, porta con sé anche dei rischi, soprattutto a livello inconscio.

Si sente spesso parlare, purtroppo, di episodi di discriminazione verso i non madrelingua, considerati in un certo senso come English speaker di serie B, inferiori in tutto e per tutto ad un madrelingua.

Ma è davvero così? E che tipo di discriminazione subirebbero i non madrelingua?

Ci sono diversi livelli di questa questione.

Una di queste è l’ambito che riguarda più da vicino la nostra scuola, quello cioè dell’insegnamento.
Insegnanti di inglese non madrelingua incontrano maggiori difficoltà di impiego, spesso a favore della controparte, in quanto considerata “più competente”.

Ma, nella realtà dei fatti, spesso non è così; anzi, può avverarsi il contrario.

Questo perché mentre un insegnante straniero spesso e volentieri dedica gran parte della sua professionalità all’insegnamento della lingua, seguendo percorsi di studi specifici e aggiornandosi continuamente; lo stesso, a volte, non si può dire di alcuni madrelingua che insegnano l’inglese come lavoro temporaneo, senza magari avere esperienze in aula alle spalle e forti soltanto della loro naturale fluidità con la lingua.

A tutto questo si aggiunge che, nella realtà dei fatti non si sono ancora riscontrati effettivi divari nell’apprendimento degli studenti dall’avere un insegnante appartenente all’una o l’altra categoria.

Tutto questo può poi sfociare in alcuni casi estremi, e cioè in una effettiva discriminazione, anche al di fuori del mondo dell’insegnamento.

Ci sono stati episodi dove dipendenti di origini principalmente asiatiche o africane hanno visto screditata la loro professionalità per il semplice motivo di avere un accento più forte di altre tipologie di inglese non nativo.

Se volete leggere di più a riguardo, vi rimando a questo articolo della BBC, e a quest’altro edito International House.

Cosa si può fare

Come suggerito dal sopracitato articolo della BBC, una possibile soluzione, soprattutto in ambito lavorativo, potrebbe essere una maggiore attenzione ad un linguaggio chiaro e funzionale, dove anche un dipendente che non possieda un vocabolario particolarmente forbito ma che comunque comunichi in maniera fluente e comprensibile, non venga visto come “inferiore”.

La soluzione chiave, tuttavia, crediamo consista come sempre nell’educazione e nel far passare il messaggio che non sia un accento ad inficiare il valore o l’abilità di quella persona nella lingua.

Citando liberamente le parole di David Crystal, al contrario, l’accento arricchisce una lingua, dandole più sfumature e portando con sé la cultura della persona che la usa.

Dopotutto, il fine ultimo di una lingua è l’unione delle persone in tutte le loro diversità, non l’omologazione o peggio il contrasto.

E voi, cosa ne pensate?

Fatecelo sapere nei commenti.

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